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Autolisi

L’autolisi rappresenta una tecnica di lavorazione degli impasti che ha rivoluzionato il modo di operare nei laboratori professionali di panificazione, pasticceria e pizzeria. Il termine, che deriva dal greco antico αὐτο- (auto, “se stesso”) e λύσις (lysis, “dissoluzione”), descrive un processo naturale di autoevoluzione del glutine che si innesca quando farina e liquidi vengono mescolati e lasciati riposare prima di completare l’impasto. Questa metodica, formalizzata dal chimico e panificatore francese Raymond Calvel nel 1974, nasce come risposta ai problemi qualitativi introdotti dall’industrializzazione della produzione di pane, in particolare dall’utilizzo intensivo delle impastatrici meccaniche che tendevano a ossidare eccessivamente gli impasti e a danneggiarne la struttura.

Nel settore della ristorazione professionale, l’autolisi si è affermata come strumento indispensabile per ottenere prodotti lievitati di qualità superiore, contribuendo a migliorare consistenza, digeribilità, shelf-life e caratteristiche organolettiche di pane, pizza e prodotti da forno. La tecnica consiste nel miscelare farina e una porzione dei liquidi previsti dalla ricetta (generalmente dal 55% al 65% del peso della farina), lasciando riposare questo pre-impasto per un periodo variabile da 20 minuti fino a 24 ore, per poi completare l’impasto con gli ingredienti rimanenti: lievito, sale, grassi e i liquidi residui.

Applicazioni dell’autolisi nella panificazione e pizzeria professionale

Nella panificazione artigianale e professionale, l’autolisi si rivela particolarmente efficace quando si utilizzano farine forti, caratterizzate da elevato contenuto proteico e spiccata tenacità, o farine integrali e semi-integrali, che necessitano di tempi prolungati per permettere alle parti cruscali di idratarsi correttamente senza interferire con la formazione del glutine. Il metodo consente di ridurre significativamente i tempi di impastamento meccanico, limitando così l’ossidazione della pasta e preservando i pigmenti carotenoidi naturalmente presenti nella farina, che conferiscono al pane un colore più intenso e un aroma più complesso.

I panificatori professionisti apprezzano l’autolisi soprattutto per la gestione degli impasti ad alta idratazione destinati a prodotti come la ciabatta, il pane in teglia alla romana e le focacce contemporanee. Con idratazioni che raggiungono l’80-90% del peso della farina, queste preparazioni richiedono una maglia glutinica estremamente sviluppata ed elastica, obiettivo che l’autolisi facilita notevolmente. La tecnica permette inoltre di compensare le limitazioni di impastatrici di vecchia concezione, che tendono a sviluppare maglie glutiniche rigide e poco estensibili.

Nel settore della pizzeria professionale, l’autolisi è diventata una tecnica distintiva di molti maestri pizzaioli contemporanei, in particolare per le pizze in teglia e per gli impasti ad alta idratazione destinati alla pizza napoletana contemporanea. Pizzaioli di riferimento nel panorama nazionale hanno fatto dell’autolisi uno dei pilastri della propria filosofia produttiva, utilizzandola per ottenere impasti più estensibili, alveolature pronunciate e una maggiore digeribilità. La tecnica risulta particolarmente vantaggiosa con farine semi-integrali e di grano duro, che presentano un glutine dall’assorbimento più lento e graduale.

L’autolisi nella pasticceria professionale

Nel mondo della pasticceria lievitata, l’autolisi trova applicazione nei grandi lievitati da ricorrenza – panettone, pandoro, colomba, veneziana – e nei prodotti di pasticceria da colazione come croissant, cornetti e brioche. In questi impasti ricchi, caratterizzati dalla presenza di burro, uova, latte e zuccheri, l’autolisi assume una connotazione particolare: invece di mescolare solo farina e acqua, si crea un’emulsione con tutti i liquidi della ricetta (uova, tuorli, latte, panna) che viene incorporata alla farina in ragione del 55-60% del suo peso.

Per i grandi lievitati, l’autolisi rappresenta un ausilio prezioso nella gestione di farine molto forti (W 340-360, con 14-16% di proteine) come quelle specifiche per panettone. Il riposo autolitico, che in questi casi può arrivare a 60 minuti, consente di anticipare la formazione del glutine e di facilitare l’incorporazione dei grassi nelle fasi successive dell’impasto, riducendo lo stress meccanico sulla maglia proteica. Molti maestri pasticceri combinano l’autolisi con l’utilizzo di lievito madre liquido, che può essere aggiunto già nella fase di pre-impasto riducendo però la durata del riposo a circa 20 minuti per evitare fermentazioni indesiderate.

Nella preparazione di croissant e paste sfogliate lievitate, l’autolisi – spesso abbinata a pre-fermenti come poolish o biga – consente di ottenere impasti più estensibili e stabili, caratteristiche fondamentali per la successiva fase di laminazione con il burro. La riduzione dei tempi di lavorazione meccanica limita inoltre l’incorporazione eccessiva di ossigeno, che altrimenti provocherebbe lo sbiancamento della pasta e comprometterebbe il colore finale del prodotto. I pasticceri professionisti utilizzano l’autolisi anche per migliorare la resa degli impasti destinati al congelamento, tecnica sempre più diffusa nei laboratori che devono ottimizzare i cicli produttivi.

I meccanismi biochimici e i vantaggi tecnici dell’autolisi

Dal punto di vista biochimico, durante la fase di riposo dell’autolisi si verificano complessi processi enzimatici che trasformano radicalmente le proprietà dell’impasto. L’acqua attiva gli enzimi amilasi e proteasi naturalmente presenti nella farina: le amilasi scindono le lunghe catene di amido in zuccheri semplici, principalmente glucosio, che rappresentano il substrato nutritivo per i lieviti e che contribuiscono allo sviluppo di aromi e alla colorazione della crosta durante la cottura. Le proteasi, invece, frammentano la maglia glutinica in segmenti più piccoli attraverso il processo di proteolisi, aumentando l’estensibilità dell’impasto e riducendone la tenacità.

Parallelamente alla proteolisi si verifica anche una reazione di ossidazione: l’ossigeno incorporato durante la miscelazione iniziale provoca la trasformazione dei gruppi tiolici in ponti disolfurici, rinforzando la struttura del glutine e aumentandone l’elasticità. Questa duplice azione – proteolisi e ossidazione – consente all’impasto di raggiungere un equilibrio ottimale tra estensibilità ed elasticità, proprietà fondamentali per la successiva lavorazione e per lo sviluppo durante la lievitazione e la cottura.

I vantaggi tecnici dell’autolisi per i professionisti del settore sono molteplici: riduzione dei tempi di impastamento meccanico (con conseguente risparmio energetico e minore usura delle attrezzature), migliore assorbimento idrico, maggiore estensibilità e malleabilità dell’impasto, riduzione dello stress meccanico sulla maglia glutinica, formatura più agevole, volume superiore del prodotto finito, alveolatura più sviluppata e regolare, mollica più soffice, crosta più colorata, sapore e aroma più complessi, shelf-life prolungata. Questi benefici si traducono in prodotti finiti di qualità superiore e in una maggiore efficienza produttiva.

Quando utilizzare l’autolisi: indicazioni per i professionisti

Nei laboratori professionali, la scelta di ricorrere all’autolisi deve essere valutata attentamente in funzione della tipologia di farina utilizzata, del prodotto finale desiderato e delle esigenze organizzative. L’autolisi è fortemente consigliata con farine forti (W superiore a 300) e molto forti come la Manitoba, con farine integrali e semi-integrali, con semole di grano duro, negli impasti ad alta idratazione (oltre il 70%), quando si utilizzano impastatrici che tendono a sviluppare maglie glutiniche rigide, e quando si desidera ridurre i tempi di lavorazione meccanica pur ottenendo un’ottima struttura.

Viceversa, l’autolisi è sconsigliata o superflua con farine deboli (contenuto proteico inferiore al 12%), con farine molto estensibili come quella di farro o di segale, con farine caratterizzate da elevata attività enzimatica, quando si utilizzano già pre-fermenti come biga o poolish che hanno già sviluppato processi autolitici durante la fermentazione, e quando le tempistiche produttive non permettono l’aggiunta di una fase di riposo che, pur riducendo i tempi di impastamento, allunga la durata complessiva del processo. In ambito professionale, questo ultimo aspetto assume particolare rilevanza: avere impastatrici ferme con impasti in fase di riposo può risultare controproducente rispetto alle schedulazioni lavorative del laboratorio.

I tempi di autolisi variano significativamente in funzione della forza della farina e della temperatura ambientale: farine deboli richiedono circa 20-30 minuti, farine di media forza 30-60 minuti, farine forti da pasticceria 60 minuti, Manitoba fino a 80 minuti, farine integrali 40 minuti con idratazione aumentata al 65%. Per autolisi superiori alle 5-6 ore è consigliabile aggiungere lo 0,5-1% di sale e conservare l’impasto a temperature di 18-20°C per le prime ore, poi a 8-10°C per rallentare eventuali fermentazioni spontanee.

 

 

 

 

Fonti: Treccani.it, Wikipedia.org, e altre