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Burro

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Il burro è un derivato del latte di vacca ottenuto per scrematura della panna e successiva burrificazione. Il termine italiano proviene dal francese antico burre (moderno beurre), a sua volta dal latino butyrum e dal greco boutyron; già Ippocrate usava la forma boutiron per denominare il prodotto, mentre Galeno ne proponeva un’etimologia composta da bous (bue) e turos (formaggio). Sul piano normativo, la denominazione “burro” senza ulteriori specificazioni è riservata, ai sensi della legislazione italiana (L. 202/1983), al prodotto ottenuto dalla crema ricavata dal latte di vacca o dal suo siero, e non può contenere grassi di diversa origine. Il Regolamento CE 2991/94 fissa la composizione minima: almeno l’80% di grassi e al massimo il 16% di acqua. Nella sua forma commerciale più diffusa il burro contiene tra l’82 e l’87% di grassi — mescolanza di gliceridi, lecitine, colesterolo e vitamine liposolubili — oltre a proteine, sali minerali e sostanze aromatiche.

Dalla zangola al banco di lavoro

Il burro è conosciuto da tempo immemorabile come alimento, medicinale e cosmetico: la Treccani ricorda che già dal 1.500 a.C. circa gli Indiani ne producevano, e che Egiziani, Ebrei, Greci, Arabi e Romani lo ricavavano dal latte di vacca. Nel Medioevo la sua fabbricazione si propagò gradualmente in tutta Europa. La fase moderna dell’industria burriera prese avvio con l’applicazione della forza centrifuga alla scrematura del latte, grazie al separatore inventato dal tedesco Wilhelm Le Feldt nel 1872 e alla scrematrice a marcia continua dello svedese Gustavo De Laval nel 1878. Sul piano produttivo, secondo Assolatte — Associazione Italiana Lattiero Casearia, per ottenere un chilogrammo di burro sono necessari in media 23–25 chilogrammi di latte, dato che riflette l’elevato valore della materia prima.

Il grasso nobile della pasticceria

In pasticceria professionale il burro è materia prima strutturante, non semplice ingrediente grasso. Il burro professionale si distingue per un contenuto lipidico che può superare l’82%, consentendo una sfogliatura più precisa e uniforme nelle preparazioni laminate come pasta sfoglia e croissant; una sua caratteristica distintiva è la lavorabilità plastica a determinate temperature, senza cedere né indurire eccessivamente. I grassi del burro avvolgono i granuli di amido e le proteine della farina, impedendo la formazione del glutine quando viene aggiunta l’acqua: questa funzione è alla base delle paste brisée e sablée, dove la friabilità è l’obiettivo dichiarato. Per i grandi lievitati e la viennoiserie, il burro fresco di qualità svolge invece un ruolo opposto: favorisce l’emulsione in fase d’impasto e conferisce morbidezza al prodotto finito. Rispetto ad altri grassi, il burro garantisce una capacità emulsionante superiore, una distribuzione più omogenea negli impasti, una crosta più lucida e dorata, e un profilo aromatico che esalta gli ingredienti incorporati. In commercio esistono diverse tipologie tecniche — burro a punto di fusione costante per la laminazione, burro anidro (fino al 99% di grassi) per preparazioni che non tollerano umidità residua — la cui scelta dipende dalla lavorazione e non dalla preferenza d’uso.

In gelateria: struttura, cremosità, denominazione

Nel gelato artigianale e industriale la parte grassa è rappresentata dai grassi del latte — burro e panna — obbligatori in alcune categorie secondo il Codice dell’Istituto del Gelato Italiano (IGI), che regolamenta undici tipologie di prodotto tra cui sorbetto, ghiacciolo e granita. Il burro nella miscela base assolve una funzione strutturante: contribuisce alla cremosità, alla scioglievolezza in bocca e alla stabilità del prodotto durante la conservazione. Deve tuttavia essere opportunamente bilanciato: un eccesso di grassi può alterare la palatabilità e abbassare l’overrun, ovvero la quota d’aria inglobata durante la mantecatura, compromettendo leggerezza e consistenza del gelato finito. Non è superfluo notare che il termine stesso “mantecare” — dal castigliano manteca, burro — rimanda etimologicamente al grasso del latte come elemento costitutivo della cremosità artigianale.

In cucina professionale: dai fondi alle salse emulsionate

In cucina professionale il burro assolve funzioni distinte a seconda della fase di lavorazione: cottura, finitura, emulsione, aromatizzazione. La tradizione francese classica ne ha codificato alcune applicazioni di riferimento. Il beurre blanc è una salsa emulsionata a base di burro, vino bianco e scalogno ridotti, originaria della regione della Loira, tradizionalmente abbinata a pesce, crostacei e verdure delicate. Il beurre noisette è burro cotto fino allo sviluppo di note di nocciola per reazione di Maillard a carico dei solidi del latte, impiegato sia in pasticceria sia nella cucina gastronomica. La tecnica del monter au beurre — incorporare burro freddo a fine cottura mescolando fuori dal fuoco — consente di ottenere salse lucide e corpose senza ulteriori leganti. In tutte queste applicazioni il burro agisce anche come vettore aromatico: i suoi grassi sciolgono le molecole liposolubili e ne favoriscono la percezione gustativa.

Un profilo nutrizionale rivalutato

Il burro è un alimento ad alto contenuto energetico, composto prevalentemente da grassi saturi, con una quota di grassi monoinsaturi e polinsaturi. È fonte di vitamine liposolubili — A, D, E e K — e contiene acidi grassi a catena corta, tra cui l’acido butirrico, oggetto di studi relativi alla salute intestinale. Dopo decenni in cui era stato progressivamente sostituito da oli vegetali e margarine, il suo consumo è oggetto di una riconsiderazione da parte della comunità scientifica e nutrizionale. Le linee guida per una sana alimentazione italiana non ne indicano l’eliminazione, ma ne raccomandano un consumo moderato, alternato all’olio extravergine di oliva. È sconsigliato, se non in quantità minime, nei casi di ipercolesterolemia.

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