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Food cost

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Il food cost è l’indicatore con cui, nella gestione di un’attività di ristorazione, si misura quanto il costo delle materie prime incida sul ricavo ottenuto dalla loro vendita. L’espressione inglese si traduce letteralmente come “costo del cibo”, ma nell’uso professionale designa un rapporto, espresso in forma percentuale, e non una semplice somma di spese. Una parte della pubblicistica di settore adotta un’accezione più ampia, comprendendo nel calcolo l’insieme dei costi necessari affinché un piatto raggiunga il consumatore.

Dalla contabilità d’oltreoceano alle cucine italiane

Il concetto matura nella cultura gestionale anglosassone della ristorazione, dove l’esigenza di confrontare i risultati economici di locali molto diversi tra loro portò alla codificazione di sistemi contabili standardizzati, elaborati negli Stati Uniti a uso degli operatori del comparto. In quegli schemi il costo del venduto alimentare compare come voce autonoma del conto economico, distinta dal costo del personale e dalle spese di struttura. In Italia l’espressione si è diffusa più tardi, accompagnando l’affermarsi di una conduzione manageriale del locale, e da nozione riservata agli uffici amministrativi è progressivamente diventata uno strumento di lavoro quotidiano nelle cucine e nei laboratori.

Come nasce il numero

Il calcolo prende avvio dalla scheda tecnica della ricetta, che elenca gli ingredienti di una singola preparazione con le rispettive quantità. A ciascun ingrediente viene attribuito il costo di acquisto, tenendo conto della resa reale: la parte di prodotto che si perde nella pulitura, nella cottura o nella porzionatura non arriva al cliente ma è stata comunque pagata. La cifra ottenuta viene poi rapportata al prezzo di vendita della portata. La prassi professionale distingue un food cost preventivo, calcolato a tavolino sulla ricetta standard, e uno consuntivo, che emerge a posteriori dai consumi effettivi di un periodo confrontando le giacenze iniziali, gli acquisti e le rimanenze finali. Lo scarto tra i due valori è considerato una spia attendibile di sprechi, errori di preparazione, porzionature irregolari o rese sopravvalutate.

Un valore che non ha una soglia

Attorno al food cost circolano soglie percentuali presentate come riferimenti universali, ma non esiste alcun valore stabilito da norme né una misura ottimale valida per tutti. L’incidenza fisiologica cambia in funzione del format, del posizionamento, della qualità delle materie prime e della complessità delle lavorazioni. Ne discende un principio spesso frainteso: un food cost contenuto non è di per sé un buon risultato. Un piatto realizzato con ingredienti economici ma che richiede molte ore di lavorazione qualificata può rivelarsi meno redditizio di uno costruito su materie prime pregiate e di rapida esecuzione. Per questa ragione l’indicatore viene letto insieme al costo del lavoro, con cui compone la voce che la letteratura gestionale definisce costo primo.

Bar, pasticceria, gelateria: lo stesso conto, altri equilibri

Il metodo è trasversale al fuoricasa, ma i pesi cambiano da comparto a comparto. Nella caffetteria l’incidenza della materia prima sul prezzo finale è storicamente contenuta rispetto ai costi di struttura, come Fipe ha più volte osservato analizzando la catena del valore della tazzina di espresso, dove il ricarico si distribuisce lungo l’intera filiera. In gelateria e in pasticceria l’affitto, l’energia e l’ammortamento del laboratorio condizionano il prezzo di vendita più di quanto facciano gli ingredienti, e una produzione ridotta fa salire l’incidenza dei costi fissi su ogni chilogrammo prodotto. Nel beverage il medesimo ragionamento assume la denominazione parallela di beverage cost.

Dal calcolo alla scelta del menu

Il food cost costituisce la base del menu engineering, la disciplina che incrocia la marginalità di ciascuna proposta con la sua popolarità presso la clientela per orientare la composizione della carta. Su questo terreno si innestano le politiche di riduzione degli sprechi e di valorizzazione degli scarti di lavorazione, divenute rilevanti anche sotto il profilo della sostenibilità. La diffusione dei sistemi di cassa collegati alla gestione del magazzino ha inoltre reso il monitoraggio continuo, sostituendo le rilevazioni periodiche compilate a mano. Resta il senso originario dell’indicatore: una fotografia da aggiornare con regolarità, non una regola fissa.

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